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ROTTAMATO IL GOVERNO DELLE “MANCETTE”

MESTIERE DI INSEGNARE

inviata da Polibio, 9.12.2016

E’ giunta l’ora di rottamare la “schiforma” della scuola e di restituire il maltolto ai docenti e agli ata.

Una riforma della scuola pasticciata. Il peggio che poteva accadere. Il definitiva, una sorta di “gioco delle tre carte”: in una piazza, dietro un tavolo, c’è un tizio che sposta da un punto all’altro, mischiandole, tre carte (un asso d’oro, un asso di coppe e un asso di spade), ma in modo da far vedere agli astanti, posti di fronte a lui, dove mette l’asso d’oro, ovviamente capovolto come sono capovolti gli altri due assi. E invita i presenti a giocare, a scommettere, dicendo che pagherà addirittura il triplo a colui che indovinerà, delle tre carte capovolte, la posizione dell’asso d’oro. Accanto ai presenti c’è un compare del “giglio magico”, socio del manipolatore sconosciuto ai presenti e quindi strumentale al manipolatore delle tre carte, che spostandole fa “vedere” dove colloca l’asso d’oro. Il compare, da parte sua, cerca di invogliare uno dei presenti, da lui individuato come alquanto ingenuo, che ha visto dove era stata posto l’asso d’oro, a scommettere il più possibile. E intanto, mentre l’ingenuo prende i soldi dal portafoglio e il compare del manipolatore lo distrae, il manipolatore delle tre carte cambia il posto dell’asso d’oro. E l’ingenuo viene clamorosamente fregato dai due compari.

Per la verità, i docenti e gli ata sono stati costretti a sopportare il gioco delle tre carte e comunque hanno fatto di tutto per rottamare il manipolatore, che da parte sua, servendosi della “politica” delle mance e delle mancette, soprattutto ai docenti, comprese le promesse di marinaio della ministra dell’istruzione Stefania Giannini, non solo ha operato per dividere il personale della scuola, ma addirittura ha strumentalizzato un accordo dell’ultimo istante (30 novembre 2016), quello sul rinnovo contrattuale dei lavoratori statali bloccato da sette anni e rimasto tale durante i mille giorni del suo governo. A quanto pare, i lavoratori della scuola, e non soltanto loro, ci sono riusciti a rottame il manipolatore, ampiamente contribuendo col NO alla “riforma” della Costituzione, bocciata da quasi il sessanta per cento dei votanti e quindi con quasi venti punti di scarto (con regioni che hanno superato il settanta per cento e quindi con uno scarto superiore ai quaranta punti).

Ventisette le pagine del numero 162, anno 156, della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana nelle quali è stata il 15 luglio 2015 pubblicata la legge n. 107 del 13 luglio 2015 (“Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative e vigenti”). Cinquantaquattro colonne in ventisette pagine, 30.000 parole, 3.300 battute in ciascuna colonna, 6.600 in ogni pagina, complessivamente 178.200 battute. Un solo articolo, il numero 1, senza dicitura, seguito da 212 commi, lettere, per esempio anche da ad sseguite da numeri con  parentesi e a loro volta da numeri con punti, numeri e parentesi, numerosi rinvii ad altre leggi, a commi della 107, a decreti-legge, a decreti del Presidente della Repubblica, a Gazzette Ufficiali, a decreti del Miur, a decorrenze future, ecc. ecc. Fino a essere “istituita” (comma 159, ultime dieci parole), ben conoscendosi l’insicurezza in cui si trovano da tempo moltissime scuole, insicurezze a tutti note, con danni già causati a studenti e al personale della scuola, “una Giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole” E via a leggere il comma 160, il comma 7, lettera n, su “apertura pomeridiana delle scuole e riduzione del numero di alunni e di studenti per classe”, per concludere con i commi dal 199 al 209 su previsioni di spese, stanziamenti, oneri derivanti da precedenti commi nonché compensazioni addirittura a decorrere dall’anno 2025. Insomma, una “riforma della scuola”, qualificata dagli insegnanti, dagli ata, dai sindacati della scuola, nonché dagli studenti e dalle famiglie degli studenti con l’espressione la “schiforma della scuola”, una “schiforma” da rottamare.

Assai notevole il danno causato ai docenti e agli ata (oltre un milione di lavoratori) dal 2009 a oggi. L’accordo contrattuale della scuola per il quadriennio 2006-2009 era stato firmato, col consenso di tutti i sindacati della scuola (Flc-Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals e Gilda), il 29 novembre 2007 (governo Prodi dal maggio 2006 al maggio 2008). Dopo il governo Prodi, il governo Berlusconi (maggio 2008-novembre 2011), il governo Monti (novembre 2011-aprile 2013), il governo Letta (aprile 2013-febbraio 2014) e infine il governo Renzi (dal 22 febbraio 2014 al 7 dicembre 2016, giorno delle sue dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per complessivi 1.012 giorni, scanditi da buoni, bonus, mance e mancette, e in definitiva da una “schiforma” della scuola). C’è, dopo sette anni, da restituire il maltolto al personale docente e al personale ata, compresi i dsga. E contemporaneamente pensare all’elaborazione di una vera riforma del sistema scolastico, anche con riferimento all’avvenuta “deportazione” di parecchie migliaia di insegnanti da una regione all’altra, addirittura parecchio distante da quella di provenienza. C’è stata anche la bufala dei concorsi, che avrebbero dovuto concludersi in tempo tale da procedere all’assunzione dei vincitori entro il primo settembre del 2016. Promessa, come al solito, di marinaio.

Il 30 novembre scorso, la “corsa”, a quattro giorni dal referendum, e coinvolgendo la Cgil, la Cisl e l’Uil, alla sottoscrizione di un “accordo” nel cui articolo 3 (parte economica) “il Governo, confermando la vigenza contrattuale nel triennio 2016-2018 …, garantisce che saranno stanziate ulteriori risorse finanziarie che consentano di definire incrementi contrattuali in linea a quelli riconosciuti mediamente ai lavoratori privati e comunque non inferiori a 85 euro mensili medi”.  Alquanto strano l’85 euro mensili, di evidente stampo pre-elettorale, facendo riferimento alla classica politica elettorale renziana degli 80 euro mensili, peraltro tolti dal mese successivo al superamento, anche di un solo euro, del livello minimo di reddito (al limite della soglia di povertà) che aveva consentito di ottenerli, con l’obbligo di restituire quanto incassato in più nei mesi precedenti a partire dal giorno successivo al superamento del reddito minimo. In definitiva, una mano aveva con finalità elettorali dato, la stessa mano toglieva il tutto e lo sostituiva, dato che si era verificato l’aumento del reddito anche di un solo centesimo di euro, con la crescita dello stipendio che superava addirittura di un millesimo di euro la soglia per ottenere gli 80 euro mensili. La promessa di 85 euro mensili lordi dell’accordo di stampo pre-elettorale (rispetto a quegli 80 euro mensili dell’originario stampo pre-elettorale), dati e tolti, sono diventata tale perché è stata considerata la svalutazione di 5 euro subita dagli 80 euro (6,25%)? Fare attenzione al termine “mensili medi”, certamente lordi e con tasse a carico dei dipendenti pubblici (nella scuola, gli insegnanti e gli ata). Soldi a risultare spiccioli distribuiti in tre anni. E col sistema piramidale, derivante dall’espressione “le parti si impegnano, nella sede dei tavoli di contrattazione, a garantire che gli aumenti contrattuali, nel comune intento di ridurre la forbice retributiva, valorizzino prioritariamente i livelli retributivi che più hanno sofferto la crisi economica e il blocco della contrattazione”. E addio bonus di 80 euro col raggiungere il reddito minimo.

Dato che il governo pro-referendum costituzionale è stato rottamato, sarà rattamato anche l’accordo strumentale a cui ha fatto ricorso il governo addirittura quattro giorni prima del referendum (!) e si farà ricorso a un nuovo accordo che riconosca i diritti dei lavoratori della scuola (nonché di tutti i lavoratori del pubblico impiego) e restituisca ai docenti e agli ata il maltolto a decorrere dall’anno 2009? Dal 2009, cioè dal blocco del Contratto collettivo nazionale del comparto scuola al gennaio del 2014, gli stipendi degli insegnanti e del personale non docente avevano perso l’8 per cento del loro potere d’acquisto. Durante gli ultimi 1.000 giorni, anche a seguito del congelamento degli scatti stipendiali dal settembre 2015 (a proposito, quando saranno dati agli aventi diritto i 150 euro mensili netti e il resto a ciascuno dovuto?), la perdita del potere d’acquisto degli stipendi è arrivata a circa il 12 per cento. Potere d’acquisto che sarebbe rimasto identico a quello del 2009 se il blocco degli stipendi e il congelamento degli scatti stipendiali fosse stato limitato a pochi mesi. Invece, con gravissimo danno arrecato ai docenti e agli ata (ma anche a tutto il pubblico impiego), il blocco e il congelamento degli stipendi sono stati mantenuti anche e soprattutto durante i quasi tre anni del “governo Renzi”, nonostante la promessa della ministra dell’istruzione Stefania Giannini, dopo avere manifestato che era “vergognoso” lo stipendio dei docenti, di “arrivare almeno alla soglia dignitosa dei 2.000 euro mensili”. “Vergognoso” anche quello del personale non docente. E come definire la promessa di marinaio della ministra Giannini?

La perdita del 12 per cento del potere d’acquisto degli stipendi corrisponde adesso a una cifra compresa tra 150-170 euro al mese per i docenti al primo anno di servizio e proporzionalmente cresce fino a 210-240 euro al mese dal 35° anno di servizio, ovviamente euro da moltiplicare per dodici mensilità più tredicesima. Per il personale non docente, la perdita è compresa tra 120-160 euro al mese nella fase iniziale e tra 170-210 euro al mese dal 35° anno di servizio, da moltiplicare per dodici mensilità più tredicesima. Complessivamente, si potrebbe calcolare in circa 24 miliardi di euro la perdita stipendiale dei docenti e degli ata dal 2009 a oggi, mentre le promesse, soprattutto quelle degli ultimi tre anni, concernenti gli aumenti degli stipendi, sono risultate e continuano a risultare clamorose supercazzole. Perdite che ovviamente riguardano (e si aggiungono alle altre) anche la pensione, dato il calcolo contributivo, ridotta per sempre, e la cosiddetta liquidazione di fine servizio, a determinare una ulteriore perdita. Fermi restando gli ulteriori sconquassi che saranno causati dalla 107/2015 se non sarà presto rottamata. E sostituita da una legge che riconosca i diritti dei lavoratori e restituisca quanto è stato a loro sottratto dal 2009 al febbraio del 2014 e soprattutto dal febbraio del 2014 fino a oggi. A “beneficio”, a “vantaggio” di “chi”, determinate “banche” comprese, sono finite decine di miliardi di euro?

La “promessa elettorale” degli “85 euro mensili medi” (ma si tratta di un aumento medio lordo che, detratta la fiscalità, corrisponderebbe da circa 25 a circa 55 euro netti, facendo riferimento, rispettivamente, come è stato evidenziato da AldoDomenico Ficara su Regolarità e Trasparenza nella Scuola, al personale ata, ai docenti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, ai docenti della scuola secondaria di primo grado e a quelli della scuola secondaria di secondo grado, comunque distribuiti in tre anni, e cioè fino al 2018), sia pure contenuta in un accordo tra la ministra Madia per la semplificazione e la pubblica amministrazione e la Cgil, la Cisl e la Uil, sempre che sia mantenuta, viene a rappresentare una nuova “forma” di “elemosina” consistente da poco meno di 8 euro netti al mese (poco di più per i dsga) a poco meno di 18 euro netti al mese per tredici mensilità. Per calcolare l’aumento giornaliero durante le mensilità, dividere la quota mensile per 28, 30 o 31: da 27 a 60 centesimi di euro al giorno, passando per 34 e 50 centesimi di euro al giorno, che si raddoppieranno al secondo anno e si moltiplicheranno al terzo anno. E magari sostituiranno i buoni per l’aggiornamento e i bonus.

Resta da riflettere sul termine “medi” e sull’espressione “comune intento di ridurre la forbice retributiva”. “Medio” sta a metà tra “minimo” e “massimo”. “Ridurre la forbice retributiva” corrisponde al sistema piramidale rovesciato: di più ai nuovi assunti e via via riducendosi la quota dell’aumento fino alla conclusione della carriera per raggiunto limite dell’età per il collocamento in pensione. Resta da vedere dove comincia il più e dove finisce il meno per fissare il punto “medio”. E comunque resta di mandare nel più breve tempo possibile al macero una schiforma della scuola che in diciotto mesi ha causato il diffusissimo malcontento tra i docenti e gli ata mai verificatosi, a livello generale, nei decenni precedenti, come purtroppo è incessantemente e irriducibilmente accaduto (anzi addirittura via via crescente, fino a essere assoluto) dal luglio 2015 a oggi, pur essendo state varate in quei decenni riforme per certi aspetti discutibili, ma giammai tali da essere radicalmente respinte. Mai da chi ben conosce – per cultura, per personale e lunga esperienza, a differenza degli inesperti e addirittura di non laureati a rappresentare il Miur, in Sicilia e nelle altre regioni d’Italia – le scuole, le oggettive necessità degli istituti scolastici, i rapporti con gli studenti, le attività culturali e didattiche che contribuiscono alla crescita degli/delle studenti/tesse e alla loro formazione, i rapporti con i genitori degli alunni, sia pure in scuole deficitarie di ambienti e di strutture adeguate, dai finanziamenti insufficienti a sopperire addirittura alle pur minime urgenze e necessità, mancanti del tempo prolungato e del tempo pieno, con differenze in tal senso enormi nelle e tra le regioni, con violazione (non da parte dei docenti, ma della pubblica amministrazione) delle norme di legge e dei diritti degli alunni diversamente abili, e con la mancanza di tant’altro, che non può essere “promesso” ma deve essere subito realizzato, perché di tutta evidenza, e non raffazzonato nell’unico articolo di una legge, con 212 commi a occupare 54 colonne in 27 pagine della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, che i docenti e non soltanto i docenti hanno ripetutamente chiesto di rottamare. Diciamo perché inadeguata?

Polibio      
polibio.polibio@hotmail.it

Tags MESTIERE DI INSEGNARE, Speciale,

  • Pubblicato 11/12/2016
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